lunedì 5 ottobre 2026

 La cisterna di Giuseppe: discesa, mancanza e rinascita. Una lettura psicoanalitica del libro della Genesi, cap. 37

L'episodio della cisterna di Giuseppe, narrato in Genesi 37, costituisce una delle immagini più potenti della storia biblica: un giovane viene spogliato della propria veste, gettato in una cavità sotterranea e abbandonato dai fratelli. La cisterna, tuttavia, è vuota e senz'acqua, e Giuseppe sopravvive. Con questo articolo vorrei proporre una lettura psicoanalitica della scena, considerando la cisterna come figura ambivalente di morte e rinascita, caduta e gestazione, esclusione e trasformazione.



Vari autori, tra i quali Freud, Jung, Winnicott e Lacan, possono indirettamente fornire una lettura dell'episodio come una rappresentazione simbolica della perdita delle identificazioni, dell'incontro con la mancanza e della possibilità di una nuova posizione soggettiva. Inoltre, alcuni particolari che emergono dal racconto biblico come ad esempio la veste, vista come significante della posizione di Giuseppe nel desiderio paterno, la cisterna come spazio liminale e la successiva emersione del protagonista come trasformazione piuttosto che semplice ritorno alla condizione precedente.

Nella Bibbia ci sono immagini narrative che sembrano contenere, in forma concentrata, un'intera teoria dell'esistenza psichica. Una di queste è la cisterna nella quale i fratelli gettano Giuseppe, sulla quale vorrei concentrare il mio discorso.

Il racconto si trova nel capitolo 37 della Genesi. Giuseppe arriva dai fratelli e questi, dopo averlo riconosciuto da lontano, decidono inizialmente di ucciderlo. Ruben interviene e propone di non versare il suo sangue, ma di gettarlo in una cisterna. Il testo racconta quindi che i fratelli spogliano Giuseppe della veste e lo gettano nella cisterna; immediatamente il narratore aggiunge un dettaglio apparentemente superfluo: «la cisterna era vuota; non c'era acqua».

La scena contiene dunque una sequenza precisa: riconoscimento, spoliazione, caduta, oscurità, vuoto, sopravvivenza, nuova partenza; e la cisterna costituisce il punto di passaggio.

Prima di essa troviamo Giuseppe ancora inserito nella struttura familiare: è il figlio amato dal padre, il fratello privilegiato, colui che indossa una veste particolare e racconta sogni che sembrano attribuirgli una posizione superiore rispetto ai fratelli. Dopo la cisterna comincia invece un'altra storia. Giuseppe verrà venduto, condotto in Egitto, diventerà schiavo, conoscerà una nuova caduta nella prigione e infine raggiungerà una posizione di potere. La cisterna, pertanto, non è semplicemente un episodio della vicenda: può essere interpretata come una soglia. È il luogo nel quale Giuseppe cessa di essere ciò che era, senza sapere ancora ciò che diventerà.



1. La veste: perdere il posto nel desiderio dell'Altro

Il primo gesto dei fratelli non è quello di gettare Giuseppe nella cisterna. È quello di spogliarlo.

Il particolare è importante. Il testo stabilisce una successione: prima viene sottratta la veste, poi Giuseppe viene gettato nella cavità. La veste non è un semplice oggetto d'abbigliamento. È il segno visibile della relazione privilegiata tra Giuseppe e il padre. È ciò che lo distingue dagli altri fratelli. Da un punto di vista psicoanalitico, possiamo quindi considerarla come un segno identificatorio. Giuseppe non è soltanto Giuseppe: è anche il figlio che il padre ama in modo particolare. Il problema dei fratelli, allora, non sembra essere soltanto Giuseppe come persona. È la posizione che egli occupa nella struttura familiare. Qui il pensiero di Jacques Lacan permette di introdurre una prospettiva particolarmente feconda. Per Lacan il soggetto non si costituisce al di fuori del campo dell'Altro: entra nel linguaggio, viene nominato, riconosciuto, collocato nella rete dei significanti e dei desideri che lo precedono. La formula secondo cui «il desiderio dell'uomo è il desiderio dell'Altro» deve essere intesa proprio in questa direzione: il desiderio umano è strutturato dal rapporto con l'Altro e dalla domanda di riconoscimento (J. Lacan, Écrits, pp. 627-628, ediz. inglese a cura di Bruce Fink). Giuseppe occupa, nella famiglia, una posizione particolare nel desiderio paterno. La veste rende visibile questa posizione. Togliere la veste significa allora, simbolicamente, tentare di togliere a Giuseppe il suo posto in relazione al padre. Prima ancora di precipitare nel buio, Giuseppe viene privato del significante che lo distingueva. È come se i fratelli tentassero di privarlo del ruolo di non essere più colui che il padre ha scelto (Freud parla di esautorazione, detronizzazione).



2. La rivalità fraterna: Freud e l'ambivalenza

La scena della cisterna può essere letta anche alla luce della teoria freudiana della rivalità e dell'ambivalenza. Il fratello è contemporaneamente simile e diverso. È colui nel quale posso riconoscermi e, nello stesso tempo, colui che occupa il posto che desidererei per me. Giuseppe diventa per i fratelli il rappresentante di una mancanza: possiede qualcosa che essi ritengono di non possedere, soprattutto agli occhi del padre. Il racconto accentua questa dinamica attraverso i sogni di Giuseppe. I fratelli lo chiamano “quel sognatore” e progettano di eliminarlo proprio per verificare che cosa ne sarà dei suoi sogni. Il sogno introduce nel racconto qualcosa che eccede il controllo dei personaggi. I fratelli possono tentare di eliminare Giuseppe, ma non possono semplicemente eliminare ciò che il sogno rappresenta. Da questo punto di vista, il gesto di gettarlo nella cisterna può essere interpretato come il tentativo di eliminare non soltanto un individuo, ma una posizione simbolica. La rivalità non riguarda quindi semplicemente l'oggetto posseduto dall'altro, riguarda il posto dell'altro nel desiderio. Ed è proprio questo che rende il contributo lacaniano particolarmente interessante.



4. La cisterna come spazio dell'inconscio

Dopo la spoliazione arriva la caduta. Giuseppe viene gettato in una cavità sotterranea, sottratta alla luce e allo sguardo. La cisterna può essere accostata, sul piano simbolico, all'inconscio, non nel senso semplicistico secondo cui «cisterna = inconscio», ma nel senso che entrambi evocano una dimensione sotterranea, non immediatamente accessibile alla coscienza. La superficie rappresenta ciò che è visibile, nominabile, riconoscibile. La profondità rappresenta ciò che è sottratto allo sguardo. Giuseppe passa dalla superficie alla profondità. E questo movimento può essere letto come una regressione simbolica. L'Io perde temporaneamente i propri riferimenti. Non c'è più il padre. Non ci sono più i fratelli come interlocutori. Non c'è più la veste. Non c'è più lo spazio aperto della campagna. Rimangono il corpo, la cavità, il vuoto. È significativo che il narratore specifichi che la cisterna è vuota. La profondità non contiene immediatamente un nuovo significato: prima viene il vuoto. «La cisterna era vuota; non c'era acqua.» La frase biblica insiste sull'assenza. La cisterna è un contenitore destinato, per sua stessa natura, a contenere acqua. Ma questa cisterna non contiene ciò che dovrebbe contenere: è un contenitore vuoto. La cosa interessante è che il vuoto, in questo racconto, non coincide con la morte. Giuseppe è vivo. La mancanza di acqua, paradossalmente, è ciò che permette alla scena di non concludersi con la sua morte per annegamento. Il vuoto assume quindi una struttura ambivalente. È ciò che manca, ma è anche “ciò che lascia spazio”. Questa ambivalenza permette un accostamento con Lacan. Nella teoria lacaniana la mancanza non è semplicemente una privazione accidentale: essa appartiene strutturalmente al desiderio. Il soggetto desidera proprio perché non è pienamente coincidente con sé stesso e perché l'oggetto capace di colmare definitivamente la mancanza non è disponibile. La cisterna vuota può essere allora letta, metaforicamente, come una figura della mancanza costitutiva. Per Jacques Lacan, la mancanza costitutiva (o manque-à-être, "mancanza a essere") è la condizione strutturale e insuperabile dell'essere umano: l'uomo è un essere definito dal vuoto. In definitiva, dove la mancanza è vista come un problema da curare o un vuoto da riempire, per Lacan essa è il motore stesso della nostra interezza, della nostra psiche e del nostro desiderio. Se non ci fosse la mancanza, non potremmo parlare, desiderare o pensare. Nella cisterna non c'è acqua. Ma proprio perché non c'è acqua, Giuseppe può sopravvivere. Il vuoto che sembra annunciare la fine diventa la condizione della continuazione.

5. La cisterna come ventre materno

A questo punto emerge una delle interpretazioni più suggestive: la cisterna come possibile figura del ventre materno. Non si tratta di affermare che il testo biblico intendesse necessariamente rappresentare un utero. Sarebbe storicamente e metodologicamente improprio. Si tratta invece di osservare la struttura simbolica dell'immagine. La cisterna è chiusa, profonda, sotterranea, oscura, contenitiva, separata dal mondo esterno. Queste caratteristiche permettono di accostarla alla rappresentazione archetipica del grembo. Ma c'è una differenza fondamentale: il ventre materno è normalmente il luogo nel quale la vita viene protetta e nutrita; invece, la cisterna di Giuseppe è invece un grembo ostile. Infatti, Giuseppe non vi entra per nascere: vi viene gettato per morire. E proprio questa inversione rende l'immagine più complessa. La cisterna è una sorta di “utero negativo”: un luogo che non dovrebbe generare nulla e che tuttavia diventa la condizione di una trasformazione. Giuseppe vi entra come figlio e ne uscirà destinato a diventare altro.



6. Jung: la discesa e la rinascita

La psicologia analitica di Carl Gustav Jung offre un'altra chiave interpretativa. Jung dedica una parte importante della propria opera al simbolismo della trasformazione, della discesa, della morte simbolica e della rinascita. In Symbols of Transformation il mito e la fantasia vengono considerati come espressioni simboliche di processi psichici, mentre nei testi raccolti nel volume IX/1 delle Collected Works Jung affronta esplicitamente il tema della rinascita. Particolarmente significativo è il saggio «Concerning Rebirth», dove la discesa in uno spazio chiuso e oscuro viene interpretata come possibile inizio di una trasformazione psichica. Jung utilizza, per esempio, il motivo della caverna come simbolo dell'inconscio e dell'ingresso in un processo trasformativo (pp. 135-147 vol. IX/1 delle Collected Works).

La cisterna di Giuseppe può essere accostata a questa struttura. Il soggetto scende, la coscienza ordinaria viene sospesa, l'identità precedente perde la propria stabilità; la trasformazione, tuttavia, non avviene immediatamente; è necessario attraversare l'intervallo. In termini junghiani, potremmo dire che Giuseppe entra in una zona nella quale ciò che era stato escluso dalla coscienza acquista una nuova rilevanza. La cisterna diventa così una figura dell'ombra: ciò che è stato rifiutato, escluso, espulso dalla superficie della coscienza. Ma l'ombra, per Jung, non è semplicemente il male. È anche ciò che la coscienza non ha ancora integrato, una dimensione ancora inconscia.



7. Morte simbolica e trasformazione

La storia di Giuseppe contiene una forma particolare di morte simbolica. I fratelli vogliono che Giuseppe muoia, ma Giuseppe non muore. La sua vecchia posizione, invece, viene distrutta. Questo è un punto decisivo. Una lettura ingenuamente ottimistica potrebbe dire: Giuseppe cade, soffre e poi viene ricompensato; ma una lettura psicoanalitica più prudente suggerisce qualcosa di diverso: Giuseppe deve perdere una forma di sé prima di poter occupare un'altra posizione. In altre parole, la trasformazione non è una semplice restaurazione, non significa tornare alla situazione precedente. Difatti, Giuseppe non viene restituito al padre, ma viene portato altrove. La cisterna è quindi una soglia tra due configurazioni dell'identità.



8. Winnicott: il contenitore che non protegge

Il confronto con Donald W. Winnicott permette di approfondire la metafora del contenitore. Winnicott attribuisce grande importanza all'ambiente che sostiene lo sviluppo del bambino. Nel saggio «The Theory of the Parent-Infant Relationship», pubblicato in The Maturational Processes and the Facilitating Environment, pp. 37-55, sviluppa la concezione dell'ambiente facilitante e della funzione di sostegno necessaria allo sviluppo. La cisterna è un contenitore, ma non è un ambiente facilitante. Non protegge Giuseppe perché qualcuno lo abbia amorevolmente deposto al suo interno: lo contiene perché qualcuno lo ha gettato lì. Ed è proprio questa contraddizione a rendere interessante il paragone. La cisterna può essere pensata come un “holding environment” (per usare le parole originali dell’autore) rovesciato. Contiene senza prendersi cura, tiene senza proteggere, offre uno spazio senza offrire una relazione. Ma il fatto che Giuseppe rimanga vivo permette di formulare una domanda più profonda: può un soggetto attraversare un'esperienza di radicale abbandono e trasformarla successivamente in una nuova organizzazione del proprio Sé? La storia biblica risponde narrativamente di sì, ma senza suggerire che la sofferenza sia di per sé benefica. La trasformazione non è contenuta automaticamente nel trauma. Essa emerge dal modo in cui l'intera storia successiva riorganizza ciò che è accaduto.

Un ulteriore accostamento con Winnicott può essere fatto attraverso il concetto di spazio potenziale. In Playing and Reality, soprattutto nel capitolo «Transitional Objects and Transitional Phenomena», Winnicott colloca il fenomeno transizionale in una zona intermedia tra realtà interna e realtà esterna; il capitolo occupa le pp. 1-30 dell'edizione Tavistock del 1971. La cisterna può essere interpretata metaforicamente come uno spazio di questo genere: non è più il mondo di prima, ma non è ancora il mondo nuovo. Giuseppe non è più semplicemente il figlio prediletto, non è ancora il governatore d'Egitto. È sospeso tra due identità. La cisterna è dunque una zona intermedia. Ed è forse questa la sua funzione simbolica più importante. La trasformazione richiede uno spazio nel quale la vecchia identità possa essere sospesa senza che la nuova debba essere immediatamente definita.



9. Lacan: essere ciò che l'Altro desidera

Torniamo allora a Lacan. La questione fondamentale di Giuseppe non è soltanto “chi sono?”, ma è anche: che cosa sono per il desiderio dell'Altro? Il padre lo ama. I fratelli lo odiano. Giuseppe stesso sembra identificarsi con una posizione particolare attraverso i suoi sogni. La sua identità è quindi profondamente legata allo sguardo e al desiderio degli altri. La veste è il segno di questa posizione. Quando viene tolta, si produce una frattura. Giuseppe perde il segno che lo identificava. Nella prospettiva lacaniana, il soggetto non coincide mai completamente con le identificazioni attraverso le quali viene rappresentato. È sempre presente uno scarto, una mancanza, un punto che sfugge alla completa simbolizzazione. La cisterna può essere immaginata proprio come la materializzazione narrativa di questo scarto. Giuseppe viene sottratto alle identificazioni. Il figlio prediletto scompare. Rimane un soggetto senza veste, senza posizione, senza pubblico, senza riconoscimento. E tuttavia proprio da questa perdita comincia una nuova traiettoria.



10. Il sogno e il desiderio

I sogni di Giuseppe meritano un'attenzione particolare. Prima della cisterna, Giuseppe è colui che sogna. Dopo la cisterna, diventerà colui che interpreta i sogni degli altri. Questa trasformazione è estremamente significativa. All'inizio Giuseppe è colui che possiede un sapere enigmatico che non comprende pienamente. I suoi sogni suscitano il conflitto con i fratelli. Più avanti, in Egitto, il sogno diventerà invece una funzione attraverso la quale Giuseppe acquisirà una nuova posizione. Il sapere inconscio, inizialmente causa di esclusione, diventa progressivamente strumento di riconoscimento. Si potrebbe dire che Giuseppe passa da: “colui che è attraversato dal sogno” a “colui che sa ascoltare il sogno dell'Altro”. È una trasformazione profondamente compatibile con una lettura psicoanalitica. Il sogno non viene eliminato dalla cisterna, al contrario, sopravvive alla caduta.



11. La cisterna come tomba mancata

La cisterna avrebbe dovuto essere una tomba. I fratelli lo dicono apertamente: il loro progetto iniziale è uccidere Giuseppe e gettarlo in una cisterna, facendo credere che sia stato divorato da una bestia. Ma la tomba non si compie. Il luogo della morte diventa il luogo della sospensione. Questo permette una distinzione fondamentale tra morte reale e morte simbolica. Giuseppe non muore fisicamente, muore, per così dire, una determinata immagine di lui. La sua precedente collocazione familiare viene spezzata. Il figlio privilegiato diventa schiavo, il fratello diventa straniero. il sognatore diventa interprete. La perdita produce una trasformazione della posizione soggettiva.



12. La cisterna e l'esperienza della regressione

Ogni trasformazione profonda può comportare una fase regressiva. La regressione non deve necessariamente essere intesa in senso patologico. In psicoanalisi può significare anche un temporaneo ritorno a forme più primitive dell'esperienza, nel quale le strutture abituali dell'Io vengono meno. Giuseppe nella cisterna è ridotto a una condizione quasi elementare. Non può agire sul mondo, non può controllare il proprio destino. Dipende completamente da ciò che accadrà fuori dalla cisterna. È una condizione di radicale passività. E proprio questa passività è l'opposto dell'immagine abituale dell'eroe. Giuseppe non conquista la trasformazione, la subisce. La trasformazione gli accade Questa caratteristica rende la storia sorprendentemente moderna dal punto di vista psicologico: non sempre cambiamo perché abbiamo deciso di cambiare. Talvolta cambiamo perché qualcosa interrompe brutalmente la continuità della nostra vita.



13. La rinascita non cancella la ferita

È importante, tuttavia, evitare una lettura consolatoria. Non ogni cisterna conduce a una rinascita. Non ogni esperienza traumatica contiene necessariamente un significato positivo. Dire che la cisterna può essere simbolo di rinascita non significa affermare che la sofferenza sia necessaria o benefica. La psicoanalisi permette, piuttosto, di distinguere l'evento dal suo possibile significato. L'evento può essere traumatico, mal significato può essere costruito successivamente. Nel caso di Giuseppe, la narrazione retrospettiva dell'intera Genesi permette di vedere nella caduta l'inizio di una traiettoria che porterà altrove. Ma Giuseppe, dentro la cisterna, non conosce ancora questo significato. Questa distinzione è essenziale. La rinascita appartiene allo sguardo retrospettivo, non necessariamente all'esperienza immediata della caduta (penso a ciò che avviene in analisi tra paziente e terapeuta).



14. Dalla cisterna all'Egitto

Dopo la cisterna arriva la carovana; i mercanti conducono Giuseppe in Egitto. Il movimento narrativo è sorprendente. Giuseppe passa dalla profondità alla superficie, dalla terra alla strada, dalla famiglia all'estraneità, dalla condizione di figlio alla condizione di schiavo. La rinascita non avviene come ritorno a casa, ma è un'uscita verso l'ignoto. Questo particolare rende ancora più interessante la metafora del grembo: quando il bambino nasce, non ritorna nel grembo, ma ne esce. Il mondo nuovo non è la ripetizione del mondo precedente. La nascita è separazione. In questo senso la cisterna può essere letta come un grembo della separazione. Giuseppe deve essere separato da ciò che era per poter entrare in un'altra forma dell'esistenza.



15. Tomba, ventre, inconscio

A questo punto le tre immagini possono essere riunite: la tomba, il ventre, l'inconscio. La tomba rappresenta ciò che è finito. Il ventre rappresenta ciò che deve ancora nascere; l'inconscio rappresenta ciò che non è immediatamente presente alla coscienza. La cisterna contiene tutte e tre queste dimensioni: è una tomba perché Giuseppe dovrebbe morirvi; è un ventre perché contiene un essere che ne uscirà trasformato; ed è un'immagine dell'inconscio perché si trova sotto la superficie e sottrae Giuseppe allo sguardo ordinario. Questa sovrapposizione rende la cisterna un'immagine particolarmente ricca. Non è né semplicemente morte né semplicemente rinascita. È il luogo dell'indistinzione tra le due.



16. Il paradosso del contenitore vuoto

La cisterna è infine un'immagine paradossale di contenimento. Contiene Giuseppe proprio perché è vuota. Se fosse piena d'acqua, egli potrebbe morire. Il contenitore che non contiene ciò che dovrebbe contenere finisce per contenere ciò che non dovrebbe contenere: un essere umano. È quasi una metafora della psiche stessa. La psiche contiene esperienze che non sono immediatamente pensabili. Contiene desideri, fantasie, paure, conflitti, immagini. Talvolta ciò che viene escluso dalla coscienza non scompare: cambia luogo, viene depositato altrove. La cisterna può quindi rappresentare il luogo nel quale viene depositato ciò che la famiglia non può più tollerare: Giuseppe, il suo desiderio, i suoi sogni, la sua posizione, ciò che egli rappresenta. Ma ciò che viene rimosso non è necessariamente cancellato, e ritorna. E Giuseppe ritorna; non nella stessa forma, ma trasformato.



17. La rinascita come nuova posizione soggettiva

Forse è questo il punto nel quale le quattro prospettive psicoanalitiche possono incontrarsi. Freud ci permette di vedere la rivalità e l'ambivalenza che attraversano il rapporto fraterno. Jung permette di leggere la discesa nell'oscurità come figura della trasformazione e della rinascita. Winnicott consente di interrogare la funzione del contenitore e dello spazio intermedio, anche attraverso il paradosso di un contenimento che, nel caso di Giuseppe, è profondamente fallimentare. Lacan permette infine di leggere la scena come crisi delle identificazioni e della posizione del soggetto nel desiderio dell'Altro. Queste prospettive non devono essere fuse in un'unica teoria: sono strumenti differenti che possono convergere su una domanda: che cosa rimane del soggetto quando vengono meno i significanti attraverso i quali era stato riconosciuto? Giuseppe perde la veste, perde la casa, la famiglia, la posizione di figlio privilegiato, la certezza sul proprio futuro. E tuttavia non perde sé stesso. O meglio: ciò che emerge successivamente non sarà più semplicemente il Giuseppe di prima.



18. Abitare la cisterna

La cisterna di Giuseppe può infine diventare una metafora dell'esperienza psichica della crisi. Ci sono momenti nei quali la vita ci fa precipitare in uno spazio che non abbiamo scelto. Perdiamo i riferimenti abituali, le identificazioni vacillano, lo sguardo degli altri cambia. Ciò che prima ci definiva non ci definisce più. È una condizione che può essere vissuta come un'esperienza di vuoto. Ma il vuoto non è necessariamente il nulla. Può essere anche lo spazio nel quale una nuova configurazione diventa possibile. Lacan ci ricorda che il soggetto è inseparabile dalla mancanza e dal desiderio. Jung ci mostra che la discesa nell'oscurità può appartenere al processo di trasformazione. Winnicott ci insegna quanto sia importante uno spazio che possa contenere l'esperienza mentre una nuova forma del Sé si costituisce. Freud ci ricorda che l'altro — soprattutto l'altro più vicino, il fratello, il padre, l'oggetto d'amore — è sempre anche il luogo della rivalità, dell'identificazione e dell'ambivalenza.

La cisterna riunisce tutto questo. È il luogo nel quale Giuseppe viene spogliato dello sguardo che lo definiva, il luogo nel quale entra nel buio, il luogo del vuoto, il luogo della sospensione. Ma è anche il luogo dal quale la storia riparte.

Forse la forza simbolica della cisterna sta proprio nel fatto che non possiamo decidere se chiamarla tomba o grembo. È entrambe le cose. È una tomba mancata, perché Giuseppe avrebbe dovuto morirvi. È un grembo oscuro, perché da quella cavità egli emergerà in una nuova configurazione della propria vita. È un'immagine dell'inconscio, perché sottrae il soggetto alla superficie e lo conduce in una regione nella quale le vecchie coordinate non funzionano più. Ed è un'immagine della mancanza, perché il suo tratto più caratteristico è il vuoto. La cisterna è vuota, ma Giuseppe è vivo. Questa potrebbe essere la formula centrale dell'intera interpretazione. Il vuoto non coincide con la fine. Talvolta il soggetto deve attraversare uno spazio nel quale non sa più chi è, prima di poter assumere una nuova posizione. Non si tratta, allora, di romanticizzare la caduta. Giuseppe non sceglie di essere gettato nella cisterna. Non c'è nulla di desiderabile nella violenza dei fratelli. Il significato trasformativo nasce soltanto dopo, nel dispiegarsi della storia. Per questo la cisterna può essere pensata non come il luogo della rinascita già compiuta, ma come il luogo nel quale la rinascita è ancora impossibile da vedere. È il luogo del “non ancora”. Giuseppe è già separato dal suo passato, ma non appartiene ancora al futuro, è sospeso. Ed è proprio questa sospensione che rende la cisterna un'immagine così profondamente psicoanalitica. La psiche conosce luoghi simili: momenti nei quali l'identità precedente è venuta meno e quella nuova non si è ancora costituita. Spazi di solitudine, di silenzio, di perdita, nei quali il soggetto non può più riconoscersi completamente nelle immagini attraverso cui era stato definito. La cisterna rappresenta allora una possibilità estrema: essere nel vuoto senza essere ancora perduti. Giuseppe ne uscirà, ma non tornerà a essere semplicemente quello che era. E forse è proprio questo che significa rinascere. Non tornare indietro, ma emergere dal luogo oscuro portando con sé una nuova possibilità di essere.

Bibliografia

Genesi, capp. 37-50, in particolare Gen 37,18-36. Per il presente articolo è stato consultato il testo comparato di Genesi 37,23-25, che conferma la sequenza spoliazione-cisterna-carovana.

Freud, S. (1900), L'interpretazione dei sogni, in Opere, vol. 3, Torino, Boringhieri. In particolare la parte relativa ai sogni e al materiale mitologico, oltre alla concezione generale dell'inconscio e della formazione onirica.

Freud, S. (1913), Totem e tabù, in Opere, vol. 7, Torino, Boringhieri.

Freud, S. (1914), Introduzione al narcisismo, in Opere, vol. 7, Torino, Boringhieri.

Freud, S. (1921), Psicologia delle masse e analisi dell'Io, in Opere, vol. 9, Torino, Boringhieri.

Jung, C. G. (1952), Symbols of Transformation, in The Collected Works of C. G. Jung, vol. 5, Princeton University Press, Princeton.

Particolarmente pertinente la discussione del simbolismo della trasformazione e della discesa nell'inconscio. La seconda edizione del volume 5 è del 1967 e comprende 557 pagine.

Jung, C. G. (1954), The Archetypes and the Collective Unconscious, in The Collected Works of C. G. Jung, vol. 9, parte I, Princeton University Press, Princeton.

Concerning Rebirth, pp. 135-147; 221-230 circa, per la discussione dei simboli di rinascita e trasformazione.

La fonte bibliografica della Collected Works conferma che «Concerning Rebirth» occupa le pp. 135-147 del vol. 9/1.

Jung, C. G. (1944), Psychology and Alchemy, in The Collected Works of C. G. Jung, vol. 12, Princeton University Press, 1968, 2ª ed.

Particolarmente utile per la concezione della trasformazione psichica come processo simbolico; l'edizione del 1968 comprende 571 pagine.

Winnicott, D. W. (1960), «The Theory of the Parent-Infant Relationship», in The Maturational Processes and the Facilitating Environment, London, Hogarth Press, 1965, pp. 37-55.

È il riferimento principale per il concetto di ambiente facilitante e di sostegno/holding.

Winnicott, D. W. (1965), The Maturational Processes and the Facilitating Environment: Studies in the Theory of Emotional Development, London, Hogarth Press.

Winnicott, D. W. (1971), Playing and Reality, London, Tavistock.

Transitional Objects and Transitional Phenomena, pp. 1-30;

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Lacan, J. (1966), Écrits, Paris, Éditions du Seuil.

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