Introduzione.
Nel linguaggio comune, accettare e accogliere
vengono spesso usati come sinonimi. In psicoanalisi, però, questi due movimenti
interiori descrivono processi profondamente diversi, che riguardano il modo in
cui il soggetto entra in rapporto con la propria esperienza emotiva e con
quella dell’altro.
Il passaggio dall’accettazione all’accoglienza
rappresenta una trasformazione qualitativa del funzionamento psichico: non più
semplice tolleranza del reale, ma capacità di farne spazio dentro di sé, di
integrarlo e di prendersene cura. Approfondiamo ora nel seguito le
differenze fondamentali tra i due concetti.
Accettare implica un movimento mentale, spesso
difensivo, Accettare, invece, significa riconoscere cognitivamente che
qualcosa è così com’è. È un atto mentale, un’operazione che può avvenire anche
senza un reale coinvolgimento affettivo.
Nella pratica clinica, l’accettazione può
presentarsi come tolleranza forzata di un limite o di un dolore,
un adattamento razionale a una situazione non
modificabile, una rinuncia emotiva, quando il soggetto “si rassegna” invece di
elaborare la sofferenza interiore, una forma sottile di difesa, che
permette di evitare il contatto con l’affetto.
In questo senso, accettare può essere un primo
passo, ma non è ancora un movimento trasformativo. È come dire: “Va bene, è
così. Non posso farci nulla.” Quindi, la realtà viene riconosciuta, ma
resta fuori dalla porta dell’esperienza emotiva.
Invece, accogliere implica un movimento
affettivo e relazionale.
Accogliere è un gesto interno molto più
complesso: significa fare spazio, permettere all’esperienza di entrare e di
essere sentita. È un movimento che coinvolge: la capacità di
contenere emozioni anche intense o disturbanti; la disponibilità a
lasciarsi toccare dall’esperienza dell’altro (empatia); la sospensione del
giudizio, per permettere alla realtà psichica di emergere (questo agevola il
fluire del discorso intriso di vissuti dolorosi verso l’altro da sé); la cura,
intesa come attenzione e responsabilità verso ciò che si manifesta.
Va subito detto che accogliere non significa
subire: è un atto attivo, un’apertura che richiede maturità emotiva. È
come dire: “Puoi entrare, e io ti farò spazio dentro di me.”
Il ruolo del terapeuta: un modello di
accoglienza.
Nella relazione con il paziente, l’accoglienza è
una funzione fondamentale. Il terapeuta offre un contenitore psichico in cui il
paziente può portare parti di sé non ancora pensabili, non ancora accettabili,
talvolta non ancora dicibili.
Questo è possibile attraverso i seguenti elementi, che devono costituire le basi di una terapia efficace: l’ascolto non giudicante, la reverie (La reverie è un concetto psicoanalitico introdotto da W. BIon che indica lo stato mentale ricettivo e sognante, che permette di accogliere le emozioni grezze, disordinate o insopportabili dell'altro e di trasformarle in pensieri elaborabili e dotati di significato), la capacità di tollerare l'ambivalenza. Tali elementi generano un'esperienza relazionale che permette al paziente di interiorizzare una nuova modalità di rapporto con sé stesso.
Dal “sopportare” al “prendersi cura”: la trasformazione psichica.
Il passaggio da accettare ad accogliere è un movimento evolutivo. Accettare è spesso un gesto di sopravvivenza psichica: serve a non essere travolti. Accogliere, invece, è un gesto di vita: permette di integrare, trasformare, crescere. In psicoanalisi, questa trasformazione si manifesta quando il paziente non si limita più a “tollerare” le proprie emozioni, ma inizia a sentirle. Ciò che prima era vissuto come minaccia diventa materiale per pensare. Il dolore non è più solo un peso, ma un messaggio da ascoltare; l’altro non è più un intruso, ma un interlocutore interno. In definitiva, accogliere significa prendersi cura della propria esperienza, darle dignità, riconoscerne il valore trasformativo.
Conclusione.
Accettare ed accogliere sono due passaggi
evolutivi entrambi necessari, soprattutto nei processi psicologici e somatici
di metabolizzazione di esperienze che minacciano l'integrità fisica o psichica
dell'individuo, andando oltre l'evento catastrofico singolo (esempio, lutto o
traumi) per includere ferite relazionali, abusi, trascuratezza o perdite
significative
Infatti, accettare è un punto di partenza:
permette di riconoscere la realtà. Invece, accogliere è un punto di
arrivo: permette di trasformarla dentro di sé.
Nella prospettiva psicoanalitica, il vero
cambiamento avviene quando il soggetto passa dalla semplice tolleranza alla
cura, dalla rassegnazione alla responsabilità affettiva, dal riconoscimento
mentale alla partecipazione emotiva.
È in questo spazio che la psiche si espande,
che il dolore diventa pensabile (cogito, ergo sum) e che l’altro può finalmente
trovare un luogo interno in cui essere visto, sentito e compreso.
Nessun commento:
Posta un commento