domenica 22 febbraio 2026

L’elaborazione del lutto come esperienza di attesa: una lettura psicologica dello scritto di Don Tonino Bello (di Stefano Cifelli)

 Il lutto è una delle esperienze più universali e al tempo stesso più intime dell’esistenza umana. Non riguarda soltanto la perdita di una persona cara, ma ogni frattura significativa: un legame che si spezza, un progetto che si interrompe, un’identità che cambia. In questo cammino complesso, la psicologia riconosce una pluralità di vissuti emotivi — smarrimento, rabbia, nostalgia, senso di vuoto — che non seguono un ordine lineare, ma si intrecciano come onde.

Nel lutto traumatico inoltre, avviene una vera e propria esperienza dissociativa, una frattura irreversibile dell'identità, di quella parte del Sé fino ad allora indilossubilmente legata all' "altro da sé".

In questo scenario interiore, l’immagine dell’attesa proposta da Don Tonino Bello nel suo scritto "Maria, donna dell’attesa" offre una prospettiva sorprendentemente feconda. Pur non parlando direttamente del lutto, il suo modo di descrivere l’attesa come spazio di trasformazione, di sospensione e di fiducia può diventare una lente preziosa per comprendere ciò che accade nella psiche quando si affronta una perdita.

1. Il lutto come tempo sospeso

Chi vive un lutto sperimenta spesso una sensazione di sospensione: il tempo sembra rallentare, perdere forma. È come se la vita si fermasse in un “prima” e un “dopo”, lasciando la persona in una terra di mezzo. Don Tonino descrive l’attesa come un luogo in cui “si impara a stare”, anche quando non si capisce il senso di ciò che accade. Questa immagine risuona profondamente con il vissuto del lutto: non si può accelerare il processo, né forzare la guarigione. Si può solo abitare quel tempo, lasciando che il dolore trovi parole, che la memoria si riorganizzi, che il cuore impari lentamente a respirare di nuovo. Ho volutamente usato questa espressione non a caso, perché molte persone con le quali ho avuto modo di supportare hanno spesso usato questa espressione "mi manca l'aria....ho smesso di respirare....", espressione che rende bene l'idea della sofferenza interiore che è altrettanto grande quanto lo è stato il legame ora spezzato, interrotto dall'evento traumatico.

2. L’attesa come spazio di rinegoziazione del legame

La psicologia contemporanea non considera più il lutto come un “lasciare andare” definitivo, ma come una rinegoziazione del legame con chi non c’è più. Non si tratta di dimenticare, ma di trasformare la relazione, integrandola in una nuova forma. In Maria, donna dell’attesa, l’attesa non è passività, ma un movimento interiore che prepara all’incontro. Allo stesso modo, chi vive un lutto attraversa un processo in cui il legame perduto si ricolloca dentro di sé: non più presenza fisica, ma presenza simbolica, affettiva, narrativa. L’attesa diventa allora il luogo in cui si impara a riconoscere che l’amore non scompare, ma cambia modo di esistere.

3. Il dolore come soglia: l’attesa di un senso nuovo

Il lutto mette in crisi le certezze, costringe a rivedere priorità, identità, valori. È una soglia che spesso si attraversa con fatica, senza sapere cosa ci sarà dall’altra parte. Don Tonino parla dell’attesa come di un grembo che custodisce un senso ancora invisibile. Questa immagine può aiutare a comprendere che il dolore, pur essendo reale e talvolta devastante, può diventare anche un luogo di maturazione interiore. Non perché la sofferenza sia buona in sé, ma perché può aprire spazi di profondità, di autenticità, di consapevolezza. L’attesa, in questo senso, è la capacità di non chiudere il cuore, anche quando tutto sembra perduto.

4. La solitudine dell’attesa e il bisogno di relazione

Nel lutto si sperimenta una solitudine radicale: nessuno può sentire esattamente ciò che sentiamo noi, ogni persona è e sente in maniera unica ed irripetibile. Tuttavia, la psicologia sottolinea l’importanza della relazione come fattore protettivo: essere ascoltati, accompagnati, riconosciuti.        Don Tonino descrive Maria come una donna che attende “insieme”, mai isolata, sempre in relazione. Questo suggerisce che l’attesa — e dunque il lutto — non è un cammino da percorrere da soli. La presenza degli altri non elimina il dolore, ma lo rende più abitabile.

5. L’attesa come apertura alla speranza

Infine, l’attesa è anche un atto di speranza. Non una speranza ingenua o consolatoria, ma la fiducia che la vita, pur ferita, possa ancora generare significato.                          Nel lutto, la speranza non è immediata. È un seme che germoglia lentamente, spesso quasi impercettibilmente. Ma è ciò che permette alla persona di tornare a immaginare un futuro, di ricostruire, di ritrovare un equilibrio. L’attesa, allora, diventa il filo che collega il dolore alla possibilità di rinascita.

Considerazioni finali

L’elaborazione del lutto è un processo complesso, non lineare, profondamente personale. Le parole di Don Tonino Bello, pur nate in un contesto spirituale, offrono una metafora potente per comprendere i vissuti psicologici che accompagnano la perdita: l’attesa come spazio di sospensione, di trasformazione, di relazione e di speranza. In un mondo che chiede risposte rapide, l’attesa ci ricorda che il dolore ha bisogno di tempo, che la vita si ricompone lentamente e che, anche nelle notti più buie, può maturare un’alba.



mercoledì 11 febbraio 2026

AFFECTIVE PERSUASION: L'(ab)uso delle tecniche di persuasione: un pericolo per la democrazia? (di Cifelli Stefano)

Cosa è la affective persuasion? La persuasione affettiva è l'arte di influenzare le persone attraverso le emozioni, sfruttando sentimenti e stati d'animo (felicità, paura, speranza) invece dei soli fatti logici, per modificare atteggiamenti e comportamenti, spesso attraverso messaggi che "risuonano" emotivamente con chi li riceve, creando un forte legame e una maggiore disponibilità ad accettare il messaggio. Questo approccio si basa sul principio che le emozioni sono una componente fondamentale nella formazione delle nostre opinioni e decisioni. Spesso, soprattutto in ambito pubblicitario e politico, si tratta di una vera e propria manipolazione. 

I primi studi sul tema furono fatti dal filosofo tedesco Schopenauer, che nella sua opera “L’arte di ottenere ragione” ha ripreso i primi studi di Aristotele sulla dialettica e ha illustrato metodi, sia per confutare le argomentazioni (tramite quello che l’autore chiama “modi” e “metodi”), che per disconfermarle (tramite 38 stratagemmi).    

I principi chiave della persuasione affettiva sono: 

1) Allineamento Emotivo (Affective-Cognitive Matching): I messaggi persuasivi sono più efficaci quando il loro contenuto emotivo si abbina alle predisposizioni emotive del destinatario.

2) Bisogno di Affetto (Need for Affect - NFA): Alcune persone cercano o evitano le situazioni che inducono emozioni; un appello affettivo sarà più potente su chi è emotivamente orientato.

3) Componenti dell'Atteggiamento: Gli atteggiamenti hanno tre parti: affettiva (sentimenti), cognitiva (pensieri) e comportamentale (tendenze all'azione). La persuasione affettiva mira direttamente alla componente emotiva per influenzare le altre.

 Alcuni esempi di persuasione affettiva sono, in campo pubblicitario uno spot che mostra famiglie felici, animali salvati o scenari drammatici per evocare gioia, compassione o paura. In politica, discorsi che infiammano gli animi o promettono sicurezza, appellandosi a speranze e paure degli elettori. 

In sintesi, la persuasione affettiva è un potente strumento che sfrutta la connessione tra emozioni e decisioni, rendendo i messaggi più memorabili e potenti, specialmente quando sono personalizzati per le sensibilità emotive del pubblico. 

Nel contesto attuale (Gennaio 2026), queste tecniche sono centrali nel marketing e nella comunicazione interpersonale: si usano, in particolare, storytelling (narrazioni coinvolgenti che creano empatia e connessione emotiva profonda), parole e immagini forti (utilizzo di termini evocativi, ad es. "ottimismo", "naturale") e immagini di volti sorridenti per indurre stati d'animo positivi, oppure l’uso della leva della paura o dell'invidia, che causano un forte impatto emotivo per spingere all'azione o cambiare una convinzione radicata.

La persuasione affettiva tende a dare risultati migliori nelle culture collettiviste, dove le emozioni sono percepite come esperienze interdipendenti. La sua efficacia è tale perché i messaggi affettivi richiedono spesso meno tempo di elaborazione rispetto a quelli cognitivi complessi.

A partire dagli anni 80, il mondo politico ha fatto largo uso, a livello mondiale, di queste tecniche di persuasione al fine di accaparrarsi più voti possibili. 

Questo ha contribuito a creare infuocati dibattiti ed a portare le persone ad aggredire ed insultarsi, soprattutto poi sui social, amplificato dal fatto di non avere la persona insultata di fronte, ma ci si sente protetti dietro un PC. 

A questo punto, mi domando: fin dove inizia la libertà di comunicazione e dove finisce la libertà di scelta? Mi pare auspicabile un uso etico di questi strumenti, capaci di influenzare l'essere umano in modo subdolo e pericoloso.

domenica 8 febbraio 2026

“Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque”: una lettura psicoanalitica del cambiamento di prospettiva (di Stefano Cifelli)

Il celebre episodio in cui Pietro, vedendo Gesù camminare sulle acque, esclama: “Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque” è spesso interpretato come un atto di fede eroica. Ma se lo osserviamo attraverso una lente psicoanalitica, emerge qualcosa di ancora più intimo: il dramma dell’essere umano che cerca di uscire dalla propria angoscia non cambiando il mondo, ma cambiando il proprio modo di guardarlo.

Nella tradizione biblica il mare è luogo del caos, dell’indomabile, dell’ignoto. In psicoanalisi diventa metafora dell’inconscio: tutto ciò che non controlliamo, che ci spaventa, che ci supera. Pietro non chiede che il mare si calmi. Non dice: “Signore, ferma le onde”. Chiede invece di poterci camminare sopra. È un gesto radicale: non vuole che la realtà cambi, vuole cambiare lui.
Questa è già una prima svolta psicologica. L’Io, invece di pretendere che l’angoscia scompaia, tenta di attraversarla. Non cerca di eliminare il sintomo, ma di trasformare il proprio rapporto con esso.
Inoltre, la frase di Pietro contiene una tensione fondamentale: “comanda che io venga da te”. Non è un desiderio di potere, ma di relazione. In psicoanalisi, il movimento verso l’altro è sempre un movimento verso una parte di sé che ancora non si conosce.
Gesù, in questo racconto, rappresenta la possibilità di un Sé più integrato, più saldo, capace di stare nel mondo senza esserne travolto. Pietro non vuole dominare le acque: vuole raggiungere quella parte di sé che non ha paura delle acque.
In definitiva, il cambiamento che chiede Pietro non è esterno, è interno!
La psicoanalisi ci insegna che la sofferenza spesso nasce da un conflitto tra ciò che vorremmo controllare e ciò che non possiamo controllare. Pietro, come ciascuno di noi, vorrebbe che le onde smettessero di minacciare la barca. Ma la vera trasformazione avviene quando accetta che il mare non cambierà. Il mondo non si calma per farci vivere meglio.  Siamo noi che impariamo a camminare diversamente.
Il passo evangelico diventa così un invito a spostare il baricentro: non più “che la realtà si adatti a me”, ma “che io impari a stare nella realtà”.
Ovviamente ciò non ci esenta dall' affrontare il sentimento arcaico della paura. Infatti, il testo evangelico racconta che Pietro, iniziando a camminare, si spaventa vedendo il vento e comincia ad affondare. È un passaggio cruciale: non affonda perché il vento aumenta, ma perché il suo sguardo cambia.
In psicoanalisi si direbbe che l’Io, improvvisamente, torna a identificarsi con la propria fragilità. La fiducia iniziale – quella che permette di camminare sulle acque – non è magia, è un diverso assetto psichico. Quando Pietro guarda il vento, torna a guardare il mondo con gli occhi di prima, e il mondo torna a essere minaccioso: non è il vento a cambiare, ma è Pietro che cambia sguardo.
Il brano evangelico di Matteo ci consegna una verità che la psicoanalisi conosce bene:
non possiamo aspettarci che le situazioni si trasformino per farci stare meglio.  Possiamo invece trasformare il nostro modo di stare nelle situazioni.  Inoltre, il cambiamento più profondo non è quello che avviene fuori, ma quello che avviene dentro.  La paura non scompare eliminando il vento, ma imparando a non identificarsi con esso.
Pietro non è un eroe che sfida le leggi della natura. È un essere umano che, per un istante, riesce a guardare la realtà con occhi nuovi. E in quell’istante, la realtà risponde.
In definitiva, camminare sulle acque non significa compiere un miracolo. Significa imparare a non essere schiacciati dalle proprie paure, dalle proprie fantasie catastrofiche, dai propri automatismi interiori. Significa accettare che il mare continuerà a muoversi, che il vento continuerà a soffiare, che la vita non smetterà di essere complessa.
Il Vangelo, letto così, non ci chiede di credere in un prodigio esterno, ma in una possibilità interna: la possibilità di cambiare prospettiva.  
E quando cambia lo sguardo, cambia tutto.

giovedì 11 settembre 2025

IL VALORE DEL TEMPO PER LA PSICANALISI (Stefano Cifelli)


L'essere umano tende, per sua natura, all'integrazione ed alla continuità, cercando di attribuire un "significato" a ciò che gli accade. Prende singoli pezzi della propria vita, li mette insieme, e cerca di trovare un senso logico, un filo, che unisca i singoli pezzi. Ciò è legato alla sua percezione del tempo (kronos), suddiviso in passato, presente e futuro, ma in realtà, esiste solo il presente (“Il tempo è relativo, il suo unico valore è dato da ciò che noi facciamo mentre sta passando”, A. Einstein).  


Ciò che è importante preservare è il senso di continuità nel tempo e  il valore del momento presente, che sono molto importanti per la salute ed il benessere mentale. Infatti, quando il tempo (inteso come percezione soggettiva) subisce una interruzione, lì avviene il "trauma" (che a sua volta dipende dal vissuto personale rispetto ad un dato evento nella storia dell'individuo). La terapia  psicanalitica lavora proprio su questa "interruzione", cercando di far riappropriare l'individuo della sua storia personale che è stata interrotta, e del suo senso di continuità nel tempo.

Inoltre, è importante essere consapevoli del momento presente, portare la mente su di esso, e non sul passato (tipo depresso) né sul futuro (tipo ansioso). Come giustamente scrive mia nipote nella sua tesi di laurea in storia dell'arte, "Oggi c’è l’incapacità di stare e di fermarsi, l’impazienza di arrivare, di andare. Non siamo capaci di soffermarci sul processo che porta all’evento, ma ci concentriamo solo sull’evento finale in sé.. E’ un continuo guardare al futuro, rivolgendolo comunque al passato, dimenticando di soffermarsi sul presente.

Sono proprio i giorni più frenetici che ci lasciano meno ricordi, come se il tempo scorresse senza lasciarne traccia e andasse smarrito. Si ha la sensazione di essere sempre sotto pressione e in una fretta incessante, poiché la pressione del tempo si autoalimenta di continuo e siamo continuamente distratti quindi, di conseguenza, si svolgono azioni in modo automatico.

È così bello, invece, attendere che qualcosa accada. Mentre si attende, però, bisogna agire, perché il bello sta in tutto il processo prima di arrivare all’obiettivo; se non sappiamo aspettare e vogliamo avere tutto subito, quando arriviamo al punto che ci eravamo prefissati, non otteniamo nessuna soddisfazione da noi stessi. Il più delle volte, si finisce per sprecare momenti preziosi in attesa di un domani che mai arriverà." (L’inarrestabile moto del tempo ed il suo influire, Giulia Pucci, giugno 2024, pag. 10)

venerdì 7 febbraio 2025

"Ama il prossimo tuo come te stesso": una prospettiva psicologica del secondo comandamento cristiano. (di Stefano Cifelli)

La frase "Ama il prossimo tuo come te stesso", tratta dal Vangelo di Matteo, rappresenta uno degli insegnamenti morali più profondi e universali che ci invitano a trattare gli altri con compassione, rispetto e cura. Tuttavia, un aspetto fondamentale di questo comandamento risiede in un implicito presupposto: per amare veramente gli altri, è necessario prima imparare ad amare sé stessi. La cura di sé e l'accettazione del proprio essere costituiscono infatti la base da cui scaturisce ogni autentica relazione interpersonale. In definitiva, l'amore verso gli altri passa attraverso l'amore verso sé stessi. In questo saggio, esplorerò il legame tra amore per sé e per gli altri, supportato dalle principali teorie psicologiche che ne evidenziano l'importanza.

giovedì 28 luglio 2022

Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo: una interpretazione psicanalitica del Vangelo di Marco, 7:14-23 (di Stefano Cifelli)


In quel tempo, Gesù, chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti. E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».