Il celebre episodio in cui Pietro, vedendo Gesù camminare sulle acque, esclama: “Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque” è spesso interpretato come un atto di fede eroica. Ma se lo osserviamo attraverso una lente psicoanalitica, emerge qualcosa di ancora più intimo: il dramma dell’essere umano che cerca di uscire dalla propria angoscia non cambiando il mondo, ma cambiando il proprio modo di guardarlo.
Nella tradizione biblica il mare è luogo del caos, dell’indomabile, dell’ignoto. In psicoanalisi diventa metafora dell’inconscio: tutto ciò che non controlliamo, che ci spaventa, che ci supera. Pietro non chiede che il mare si calmi. Non dice: “Signore, ferma le onde”. Chiede invece di poterci camminare sopra. È un gesto radicale: non vuole che la realtà cambi, vuole cambiare lui.
Questa è già una prima svolta psicologica. L’Io, invece di pretendere che l’angoscia scompaia, tenta di attraversarla. Non cerca di eliminare il sintomo, ma di trasformare il proprio rapporto con esso.
Inoltre, la frase di Pietro contiene una tensione fondamentale: “comanda che io venga da te”. Non è un desiderio di potere, ma di relazione. In psicoanalisi, il movimento verso l’altro è sempre un movimento verso una parte di sé che ancora non si conosce.
Gesù, in questo racconto, rappresenta la possibilità di un Sé più integrato, più saldo, capace di stare nel mondo senza esserne travolto. Pietro non vuole dominare le acque: vuole raggiungere quella parte di sé che non ha paura delle acque.
In definitiva, il cambiamento che chiede Pietro non è esterno, è interno!
La psicoanalisi ci insegna che la sofferenza spesso nasce da un conflitto tra ciò che vorremmo controllare e ciò che non possiamo controllare. Pietro, come ciascuno di noi, vorrebbe che le onde smettessero di minacciare la barca. Ma la vera trasformazione avviene quando accetta che il mare non cambierà. Il mondo non si calma per farci vivere meglio. Siamo noi che impariamo a camminare diversamente.
Il passo evangelico diventa così un invito a spostare il baricentro: non più “che la realtà si adatti a me”, ma “che io impari a stare nella realtà”.
Ovviamente ciò non ci esenta dall' affrontare il sentimento arcaico della paura. Infatti, il testo evangelico racconta che Pietro, iniziando a camminare, si spaventa vedendo il vento e comincia ad affondare. È un passaggio cruciale: non affonda perché il vento aumenta, ma perché il suo sguardo cambia.
In psicoanalisi si direbbe che l’Io, improvvisamente, torna a identificarsi con la propria fragilità. La fiducia iniziale – quella che permette di camminare sulle acque – non è magia, è un diverso assetto psichico. Quando Pietro guarda il vento, torna a guardare il mondo con gli occhi di prima, e il mondo torna a essere minaccioso: non è il vento a cambiare, ma è Pietro che cambia sguardo.
Il brano evangelico di Matteo ci consegna una verità che la psicoanalisi conosce bene:
non possiamo aspettarci che le situazioni si trasformino per farci stare meglio. Possiamo invece trasformare il nostro modo di stare nelle situazioni. Inoltre, il cambiamento più profondo non è quello che avviene fuori, ma quello che avviene dentro. La paura non scompare eliminando il vento, ma imparando a non identificarsi con esso.
Pietro non è un eroe che sfida le leggi della natura. È un essere umano che, per un istante, riesce a guardare la realtà con occhi nuovi. E in quell’istante, la realtà risponde.
In definitiva, camminare sulle acque non significa compiere un miracolo. Significa imparare a non essere schiacciati dalle proprie paure, dalle proprie fantasie catastrofiche, dai propri automatismi interiori. Significa accettare che il mare continuerà a muoversi, che il vento continuerà a soffiare, che la vita non smetterà di essere complessa.
Il Vangelo, letto così, non ci chiede di credere in un prodigio esterno, ma in una possibilità interna: la possibilità di cambiare prospettiva.
E quando cambia lo sguardo, cambia tutto.